Comites più moderni

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Comites più moderni

In attesa del voto elettronico, l’appuntamento per la loro rielezione è a dicembre, ma occorre iscriversi presso i locali Consolati per avere il diritto a parteciparvi

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2 Comments

  1. luigi p. ha detto:

    Concordo con la necessità di Comites più moderni , ma la modernità di una organizzazione, di una comunità non può prescindere dall’introdurre nuovi modelli partecipativi . In particolare sono da recepire le istanze partecipative dei più giovani all’interno della comunità. Il ricorso ad un obsoleto e critico meccanismo di voto via lettera non è una soluzione , è un negare qualsiasi modernità al processo. L’introduzione di meccanismi di registrazione preventiva , certamente limiterà le spese ed altrettanto certamente , ridurrà la partecipazione .
    Il rimandare il voto elettronico , vuol dire rimandare un’operazione di trasparenza e di risposta ad istanze partecipative .
    Significa, inoltre, che nulla cambia!

  2. fucsia nissoli ha detto:

    Il futuro è telematico ma intanto si potrebbe votare in loco

    Alla Camera il seminario sul voto all’estero promosso dall’On. Fucsia Nissoli
    Un momento della conferenza

    ROMA (aise). Il voto per corrispondenza ha dimostrato tutte le sue fragilità e dovrà presto cedere il passo all’evoluzione elettronica. E questo è il momento più propizio per sperimentare tra le comunità all’estero il voto telematico, perché quello, non vi sono dubbi, sarà il futuro del voto tanto per la Circoscrizione estero quanto per l’Italia.
    Quando ciò accadrà – intanto si profila il voto in loco – dipende dalla rapidità con cui politicà e società recepiranno gli imput che, pure, sono emersi nel pomeriggio di ieri durante il seminario di studi su “La circoscrizione estero e la riforma del voto all’estero”.
    Organizzato dall’on. Fucsia Nissoli, deputata di Scelta Civica eletta in Nord America, l’incontro si è svolto nella Sala della Sagrestia dello splendido e suggestivo Complesso di vicolo Valdina, a due passi da Montecitorio. Presenti,. In qualità di relatori, Renato Balduzzi della Commissione Affari Costituzionali della Camera, Saverio Ruperto dell’Università La Sapienza di Roma, in passato dirigente del Viminale con delega elettorale ed all’immigrazione, e Marco Mancarella, giurista telematico dell’Università del Salento. Non è riuscitro a partecipare al seminario, perché impegnato nel voto al Senato, il presidente del CQIE Claudio Micheloni.
    Il dibattito, moderato da Gianni Lattanzio, è stato comunque ricco di spunti. D’altra parte, come evidenziato da Nissoli nel suo benvenuto al seminario, questo ha inteso offrire una occasione per “riflettere sul futuro della circoscrizione estero in un momento delicato del nostro Paese”, che si appresta ad un cambiamento radicale nell’assetto delle proprie istituzioni. E se si parla di riforme, ha aggiunto Nissoli, non si può prescindere da quella della legge elettorale, in Italia e all’estero.
    A fare il punto della situazione sotto un profilo più prettamente costituzionalista è stato l’on. Balduzzi, che ha in primis analizzato le ragioni che nel 2001 portarono alla soluzione della circoscrizione estero: ragioni “di ordine politico” ma anche dalla forte “caratterizzazione costituzionale”,per garantire anche ai cittadini italiani iscritti al’Aire gli stessi diritti e doveri civili e politici dei loro connazionali in Italia. Secondo Balduzzi, però, “il legislatore ha guardato più alla quantità che alla qualità” ed è questo, per il costituzionalista, “il vizio di forma” della legge Tremaglia, che, per garantire l’effettività del voto, ha optato per una “scelta naif”, quella del voto per corrispondenza, che nulla ha a che vedere con il concetto di “affidabilità” e con il quale il voto perde la sua “sicurezza e segretezza”. Senza contare la questione della “titolarità dell’elettorato passivo” per la quale Balduzzi ha evidenziato “l’assenza del requisito della durata minima di residenza all’estero”, che è quanto meno un “elemento di ambiguità” se non un vero e proprio “buci nero della legge”. Un altro “problema rimasto sotto traccia” è quello del disallineamento delle anagrafi, quella consolare e quella dei comuni; mentre l’esistenza dei parlamentari eletti all’estero richiede un “aggiustamento utile” tra gli organismi di rappresentanza. Insomma c’è molto da lavorare e diverse, ha ricordato Balduzzi, sono le ipotesi sulle quali si è iniziato a discutere: tra queste l’istituzione del “voto in loco”, ovvero presso seggi allestiti nelle sedi consolari o in quelle, che pure rispondono al requisito della extraterritorialità, degli Istituti Italiani di Cultura; come pure la cosiddetta “opzione inversa”, con la quale si chiederebbe di “definire l’interesse al voto dei cittadini residenti all’estero” per poi poter esercitare il proprio diritto. “Emerge oggi l’idea di sperimentare all’estero il voto elettronico, per poi estenderlo ad altre occasioni democratico-partecipative”, ha infine concluso Balduzzi, per il quale questa è “una materia interessante”.
    Ne è convinto anche Saverio Ruperto, che si è definito “sostenitore” dell’esercizio di voto all’estero, specie in un contesto globalizzato in cui “tutti possono dare il loro contributo”. Esistono però delle “criticità di sistema” che sono sotto gli occhi di tutti, specie “in ordine alla sicurezza del voto”: nella “trasmissione degli atti”, ovvero dei plichi, che “è molto articolata”, come “complesso” è il “censimento della popolazione” che vive all’estero e ha diritto di voto. Per Ruperto, però, “la difficoltà principale è quella del controllo diretto e incisivo delle autorità italiane sulla corrispondenza”, cui si aggiunge “la carenza di potestà” per un Paese, l’Italia, che “non può punire abusi e reati elettoriali su territori esteri”. Insomma “il voto per corrispondenza ha rivelato le sue fragilità” e questo “momento storico di transizione” è quello giusto per una riforma. Ruperto ha ricordato che nella scorsa legsilatura con la Legge Malan si erano introdotte alcune modifiche, come l’inversione dell’opzione di voto, che però per Ruperto, oltre a ridurre drasticamente il numero degli elettori, è “una soluzione non immune da critiche” anche da un punto di vista del “rispetto dei principi costituzionali”: in Italia infatti non è prevista alcuna registrazione all’albo dei votanti e imporlo all’estero comporterebbe una “disparità di trattamento” ed una “violazione del principio di uguaglianza” tra cittadini in Italia e all’estero. La seconda possibilità, quella per Ruperto “più fondata” e “ragionevole”, è l’istituzione del voto in loco con il quale “si prescinderebbe dalla spedizione dei plichi” e dunque si eviterebbero “errori e falsificazioni”: i cittadini dovrebbero recarsi fisicamente presso i seggi elettorali e così la procedura potrebbe essere soggetta ad un maggior controllo, “anche da parte della polizia italiana”; inoltre verrebbero semplificate le procedure si spoglio, evitando in tal modo il caos avutosi nel “famigerato” centro di Castelnuovo di Porto. Anche questa soluzione, ha ammesso Ruperto, ha un “aspetto critico” che è quello della distanza di tanti elettori dai seggi, ovvero da Consolati e IIC, ma a questo punto, ha aggiunto il professore, “occorre valutare se il calo inevitabile degli aventi diritto sia accettabile in cambio di una procedura più regolare”. Anche Ruperto ritiene “molto interessante” l’ipotesi di istituire, sempre in loco, procedure di tipo telematico. “Il voto all’estero potrebbe essere un’occasione per sperimentare”, come è stato detto, “un sistema che sarà il futuro delle elezioni anche in Italia”.
    E non si venga a dire che questo potrebbe essere un problema per le persone più anziane, ormai a contatto con la tecnologia al pari dei più giovani. “Il digital divide si risolve”. Lo ha confermato Marco Mancarella che già con l’Università del Salento ha avviato la sperimentazione del voto telematico ed ha sollevato l’entusiasmo più gli over che gli under 40. Raccogliendo le suggestioni emerse nel corso del seminario, Mancarella ha suggerito alcune proposte partendo dalla convinzione che, intanto, il voto elettronico sia “più fattibile”, più sicuro, già sperimentato e regolarmente utilizzato da numerosi Paesi nel mondo. Occorre, certo, individuare quale sistema sia il più adatto al contesto sociale e giuridico italiano, ma intanto bisogna partire e le elezioni per il rinnovo dei Comites potrebbero essere il primo appuntamento telematico per i connazionali all’estero. Due le ipotesi che si profilano nel nostro Paese, ha spiegato Mancarella: l’e-voting e l’i-voting. Ecco brevemente in cosa consistono. L’e-voting prevede l’uso di un’urna elettronica presso i seggi consolari ed è dunque il metodo più sicuro perché consentirebbe un “presidio giuridico migliore” del seggio stesso ed utilizzerebbe la rete protetta dell’Amministrazione Pubblica italiana per trasmettere i dati; costerebbe circa un quarto del voto per corrispondenza – per capirci 2 euro ad elettore contro gli 8 del voto per corrispondenza -, non consentirebbe errori di calcolo, ridurrebvbe sensibilmente i tempi di voto e garantirebbe una maggiore sostenibilità ambientale. Quanto all’i-voting, sul modello estone, prevede un’urna virtuale alla quale accedere tramite il proprio pc dopo la dovuta “identificazione ed autenticazione” dell’elettore; anche questo modello userebbe la rete protetta del Viminale: pin, voto, firma digitale ed “in 15 secondi si vota”. L’i-voting, ha spiegato Mancarella, “ricalca il sistema della doppia busta usato con il voto per corrispondenza”, separando l’invio dei dati del voto e della firma digitale: garantirebbe dunque i principi di effettività e segretezza del voto ed inoltre costerebbe ancor meno.
    Il futuro arriva velocemente. Chissà se l’Italia ed i suoi cittadini, siano essi dentro o fuori i confini nazionali, saranno pronti a cavalcarlo.

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